Cass. n. 34147/2012 - L'amministratore di condominio ha il dovere di attivarsi a tutela delle parti comuni.

del 06/09/2012

in Amministratore, Sentenze, Parti comuni

"Sull'amministratore grava il dovere di attivarsi a tutela dei diritti inerenti le parti comuni dell'edificio, a prescindere la specifica autorizzazione dei condominio ed a prescindere che si versi nel caso di atti cautelativi ed urgenti (cfr. Sez. 4 n. 3959 del 2009; Sez. 4 n. 6757 del 1983)."


RITENUTO IN FATTO

Il Tribunale di Firenze, con sentenza 19 ottobre 2010, in accoglimento dei  motivi d’appello proposti dal Procuratore Generale presso la Corte d’appello e  dalla parte civile, in riforma della sentenza emessa il 17 marzo 2009 dal  Giudice di Pace di Firenze, dichiarava T.S. responsabile del delitto di cui  all’art. 590, commi 1 e 2 cod. pen. perche', in qualita' di amministratore del  condominio di via (…) , avendo omesso, per imprudenza, imperizia e negligenza,  di eseguire i lavori di ripristino dell’avvallamento esistente tra il pavimento  ed il tombino di raccolta delle acque reflue condominiali posto sul marciapiedi  che da accesso alla farmacia sita al piano terra dello stesso fabbricato  condominiale, consentiva o comunque non impediva che D.J. , nell’accedere alla  farmacia, il (…) , vi inciampasse si' da procurarsi lesioni personali gravi  (frattura omerale) giudicate guaribili in tempo superiore ai quaranta giorni.

Seguiva, per l’effetto, la condanna dell’imputato alla pena della multa ritenuta  di giustizia oltreche' al risarcimento dei danni in favore della parte civile  costituita quale erede di D.J. , liquidati in complessivi Euro 5.000,00,  restando subordinata la sospensione condizionale della pena, all’integrale  risarcimento del danno.

In punto di fatto si era pacificamente acclarato, per quanto in questa sede  rileva, che nell’area in cui la persona offesa era caduta a terra, la  pavimentazione di proprieta' di S.A. ed A. confluiva verso un tombino oggetto di  una servitu' di scarico di acque meteoriche, della cui manutenzione era gravato  il condominio ex art. 1069, 1130 n.3, 1135, ultimo comma e 2051 cod. civile.

L’imputato, per tramite del difensore, ricorre per cassazione avverso la  sentenza ed avverso le ordinanze dibattimentali, articolando un unico motivo per  inosservanza od erronea applicazione dell’art. 36 D.l.vo n. 274 del 2000 nonche'  per violazione di norme processuali stabilite a pena di inammissibilita' e per il  vizio di mancanza od illogicita' della motivazione, che cosi' puo' sintetizzarsi.

In primo luogo denunzia il ricorrente l’inammissibilita' dell’appello proposto  dal Procuratore Generale di Firenze avverso la sentenza di assoluzione emessa  dal Giudice di prime cure, siccome unicamente impugnabile con ricorso per  cassazione a’ sensi dell’art. 36 D.l.vo n. 274 del 2000. Ne' comunque il gravame  proposto avrebbe potuto convertirsi in ricorso per cassazione, avendo esso ad  oggetto la deduzione di questioni di fatto e di merito intese a conseguire, in  sede di legittimita', la inammissibile rilettura del materiale probatorio  acquisito, giudicato favorevole all’imputato.

Con un secondo ordine di censure, assume il ricorrente l’insussistenza di un  comportamento penalmente rilevante attribuibile all’amministratore del  condominio, attesa l’inesigibilita' di una condotta positiva dallo stesso  reclamabile. Ad avviso del difensore, il Tribunale avrebbe erroneamente  applicato gli artt. 1130, 1135, 2043 e 2051 cod. civ. posto che l’imputato, in  veste di amministratore del condominio mai aveva avuto incarico dai condomini,  riunitisi in assemblea, di provvedere ad eliminare una potenziale situazione di  pericolo causata dalla sopravvenuta sconnessione della pavimentazione ne' aveva  ricevuto dagli stessi o da terzi segnalazioni di una siffatta situazione  interessante la proprieta' condominiale tale da imporre un tempestivo intervento;

donde l’insussistenza di un obbligo positivo cui adempiere. Ne' avrebbe potuto  l’amministratore disporre lavori di manutenzione straordinaria se non connotati  dal requisito dell’assoluta urgenza tanto piu' che il dislivello era  assolutamente visibile di guisa che, difettando l’invisibilita' e  l’imprevedibiiita', esulava il caso dell’insidia e/o trabocchetto: circostanza  peraltro rimasta priva di motivazione. Ne' comunque, secondo il ricorrente, si  era acquisita prova certa del punto esatto ove la parte offesa avrebbe  inciampato: se in particolare nel dislivello formatosi tra l’esigua superficie  del tombino condominiale e la superficie di proprieta' privata ovvero nel  dislivello esistente all’interno di quest’ultima.


Si duole da ultimo il ricorrente che sia stata richiesta l’esecuzione di  statuizioni civili rese dal giudice monocratico d’appello sul presupposto della  riforma della sentenza di assoluzione di primo grado, nei confronti  dell’imputato chiamato ad adempiere un’obbligazione della quale il condominio  amministrato avrebbe dovuto successivamente rispondere; donde il danno grave ed  irreparabile, evitabile solamente grazie alla sospensione di detto capo della  sentenza impugnata, invocata in via preliminare.

La parte civile con memoria pervenuta in data 27 dicembre 2011, dopo aver  contestato che la pretesa inammissibilita' dell’appello proposto dal Procuratore  Generale presso la Corte d’appello di Firenze avverso la sentenza di assoluzione  di primo grado, in luogo del ricorso per cassazione, potesse riverberarsi anche  sull’appello, dalla stessa parte civile proposto agli effetti del riconoscimento  della responsabilita' civile, ha richiesto farsi luogo alla declaratoria di  inammissibilita' del ricorso dell’imputato, confutando le singole doglianze  introdotte dal difensore in quanto prevalentemente attenenti a questioni di  merito, non deducibili in sede di legittimita'.

Considerato in diritto Il primo motivo di ricorso e' fondato.

Come gia' statuito da questa stessa Sezione con la sentenza n. 47995 del 2009 (il  cui decisum il Collegio condivide e fa proprio), l’appello proposto dal P.M. avverso la sentenza di assoluzione pronunziata dal Giudice di pace e'  inammissibile, essendo previsto, quale unico mezzo di impugnazione, il ricorso  per cassazione ex art. 36 D.l.vo n. 274 del 2000. I pretesi dubbi di  incostituzionalita' di detta disposizione limitativa della facolta' di proporre  appello sono stati in radice esclusi dal Giudice delle leggi, che ha ritenuto  manifestamente infondata la relativa eccezione (cfr.ord. n. 298 del 2008; n. 42  del 2009). E’ peraltro, nel caso concreto, inconfigurabile la qualificazione  dell’impugnazione della Pubblica Accusa come ricorso per cassazione onde potersi  far luogo alla conversione in appello ex art. 580 cod.proc. pen. a seguito  dell’appello proposto dalla parte civile. Di tanto non v’e' in atti il minimo  accenno e peraltro, con il proposto gravame, si deducono questioni di mero  fatto. Ne discende quindi che la sentenza impugnata deve esser annullata,  limitatamente agli effetti penali.

Quanto al secondo ordine di doglianze dedotte, il ricorso dell’imputato va  giudicato invece infondato.

Come sostenuto dalla parte civile nella memoria depositata in vista dell’odierna  udienza, deve preliminarmente ribadirsi la incontestabile ammissibilita'  dell’appello proposto dalla stessa parte avverso la sentenza di assoluzione del  Giudice di pace agli effetti del riconoscimento della responsabilita' civile  dell’imputato, in ossequio alle disposizioni di ordine generale di cui all’art. 576 cod. proc.pen. (ancorche' modificato dall’art. 6 della legge n. 46 del 2006)  giusta quanto statuito, circa le sentenze di proscioglimento emesse dal Giudice  di pace, dalla Corte Costituzionale con sentenza n. 302 del 2008 ed in via  generale, circa le sentenze di assoluzione emesse in primo grado, dalle S.U. di  questa Corte con sentenza n. 27614 del 2007, ferma restando ex art. 38 D.l.vo n. 274 del 2000 la limitazione per la parte civile, alla proponibilita' del solo  ricorso per cassazione qualora il procedimento risulti instaurato a seguito di  ricorso immediato al Giudice di pace ex art. 21 del citato D.l.vo. (cfr. Sez. 5  n.4695 del 2008).

Ipotesi esclusa, nel caso di specie, in cui il procedimento fu  promosso con decreto di citazione a giudizio emesso dal P.M. Contrariamente alla dedotta insussistenza della responsabilita' dell’imputato,  osserva il Collegio che il Giudice d’appello, ha proceduto a ricostruire in  fatto l’incidente con apprezzamento delle risultanze processuali - ovviamente  non piu' rivisitabile in sede di legittimita' - dandone poi conto con motivazione  congrua ed esaustiva. Ha in sintesi in particolare rilevato il Tribunale che  l’accesso alla farmacia “(…)”, usufruendo dello scivolo a lieve pendenza  predisposto al fine di superare l’ostacolo costituito dal gradino tra il piano  stradale ed il marciapiedi antistante la farmacia stessa, presentava, alla  stregua della documentazione fotografica dei luoghi acquisita agli atti,  “evidenti elementi di rischio”, tenuto conto delle condizioni soggettive della  persona offesa (di anni 75) ed avuto riguardo “alle diverse intersezioni dei  piani inclinati del tombino e delle diverse porzioni di marciapiede nonche'  dell’ulteriore pericolo insito nella manovra di aggiramento delle sconnessioni”.

Costituiva peraltro dato certo che le rilevate sconnessioni del marciapiede e  del tombino avevano ab origine una precisa funzione servente ai fini del  deflusso delle acque piovane a beneficio del condominio e che i dislivelli in  tal modo creati non erano mai stati oggetto di interventi atti ad eliminare  l’avvallamento volontariamente creato, come peraltro ammesso dall’imputato in  sede di esame nel dibattimento di primo grado. Sicche', diversamente dagli  assunti del Giudice di prime cure, non era elemento decisivo individuare il  punto esatto in cui l’anziana donna, nell’accedere alla farmacia, inciampo',  rovinando a terra, cosi' procurandosi le gravi lesioni.

L’unico responsabile del fatto doveva ritenersi l’imputato in veste di  amministratore del condominio per aver colposamente omesso di “sistemare il  passaggio pedonale in corrispondenza dell’accesso ai marciapiedi antistante il  tombino, mediante apposito scivolo” al fine di eliminare le sconnessioni del  piano di calpestio o quantomeno di contenerne la pericolosita' con idonee  delimitazioni atte ad evitare che esse costituissero una vera e propria insidia;

cio' sul rilievo decisivo che in ogni caso anche le sconnessioni esistenti “nella  parte di pavimentazione in proprieta' esclusiva dei S. (ovvero nell’area diversa  da quella occupata dal tombino) sono del tutto funzionali allo scolo delle acque  piovane convogliate dalle strutture condominiali”. Non puo' quindi mettersi in  discussione che l’amministratore del condominio rivesta una specifica posizione  di garanzia, su di lui gravando l’obbligo ex art. 40 cpv. cod. pen. di attivarsi  al fine di rimuovere, nel caso di specie, la situazione di pericolo per  l’incolumita' del terzi, integrata dagli accertati avvallamenti sconnessioni  della pavimentazione in prossimita' del tombino predisposto ai fini dell’  esercizio di fatto detta servitu' di scolo delle acque meteoriche a vantaggio del  condominio, cio' costituendo una vera e propria insidia o trabocchetto, fonte di  pericolo per i passanti ed inevitabile con l’impiego della normale diligenza;

massime per una persona anziana di 75 anni di eta' (cfr. Sez. 3 n.4676 del 1975 rv. 133249).

Nè l’obbligo di attivarsi onde eliminare la riferita situazione di pericolo  doveva ritenersi subordinato, come erroneamente sostenuto dal ricorrente, alla  preventiva deliberazione dell’assemblea condominiale ovvero ad apposita  segnalazione di pericolo tale da indurre un intervento di urgenza. Il disposto  dell’art. 1130 n. 4 cod.civ. viene invero interpretato dalla giurisprudenza di  legittimita' nel senso che sull’amministratore grava il dovere di attivarsi a  tutela dei diritti inerenti le parti comuni dell’edificio, a prescindere da  specifica autorizzazione dei condomini ed a prescindere che si versi nel caso di  atti cautelativi ed urgenti (cfr. Sez. 4 n. 3959 del 2009; Sez. 4 n. 6757 del  1983). Dalla lettera dell’art. 1135, ultimo comma cod. civ. si evince peraltro a  contrario che l’amministratore ha facolta' di provvedere alle opere di  manutenzione straordinaria, in caso rivestano carattere di urgenza, dovendo in  seguito informare l’assemblea. E’ indubitabile che l’eliminazione di un’insidia  o trabocchetto derivante dall’omesso livellamento della pavimentazione in  corrispondenza di un tombino deputato all’esercizio di una servitu' di scolo a  vantaggio - ovviamente - dell’edificio condominiale rappresenti intervento sia  conservativo del diritto sia manutentivo di ordine urgente anche a tutela della  incolumita' dei passanti e quindi determinante dell’obbligo di agire ex art. 40  comma 2 cod.pen..

Quanto infine all’ultima censura dedotta, deve ritenersi ormai assorbita e  superata ogni questione attinente alla sospensione della condanna al  risarcimento del danno, attesa l’ormai sopravvenuta definitivita' della stessa.

Alla riaffermata soccombenza dell’imputato nei confronti della parte civile,  consegue la condanna del predetto alla rifusione delle spese da questa sostenuta  nel presente grado di giudizio, come liquidate in dispositivo.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente agli effetti penali; rigetta nel resto e condanna il T. alla rifusione delle spese sostenute nel  presente grado di giudizio dalla parte civile Formicola Francesca, liquidate in  complessivi Euro 1.800,00, oltre spese generali, IVA e CPA.

Depositata in Cancelleria il 06.09.2012